È una storia di straordinario interesse, secondo me una lezione classica che ai manager magari viene abbastanza automatico ma non è per niente automatico per gli imprenditori. L’imprenditore molto spesso pensa che il problema deve prima di tutto risolverlo da solo. Mentre la prima cosa che fa un manager come hai descritto è prendo tutte le persone, inclusa la comunicazione, il marketing, le vendite perché questo è un problema grosso e condiviso e se tu fai quello all’inizio esci con una soluzione che poi è condivisa, tutti la seguono. Il tema dicevo prima, com’è che si genera il consenso? Il consenso si genera con il coinvolgimento fin dalla soluzione del problema.
Assolutamente, assolutamente perché poi spesso e volentieri soprattutto in un momento di estrema incertezza sono veramente i contributi un po’ fuori dal coro che sono quelli che servono perché è molto più facile continuare a percorrere la strada vecchia perché è dove noi ci sentiamo sicuri perché–
C’è un aneddoto da raccontarci?
Mah, aneddoti ce ne sono stati tanti, io ricordo un giorno, che infatti mi prendono tutti in giro per questo perché dicono che io penso troppo. Forse hanno anche ragione però un giorno sono entrati in riunione e fanno “che cosa facciamo?” perché effettivamente arrivavano, ci tempestavano, avevamo una sorta di war room nel vero senso della parola in cui arrivavano messaggi da clienti, da giornalisti, analisti, “ma siete corrotti!” ancora un po’ mi sembrava di essere il capo della cupola, ma veramente non avevamo fatto niente e a un certo punto mi dicono “ma come ti senti?” perché effettivamente se io guardavo i miei dell’ingegneria mi guardavano come non abbiamo fatto niente, quelli della produzione disperati e io ho detto “ragazzi abbiamo una scelta, avete presente il dodo?” questi mi guardano e fanno “è impazzita”. La mia assistente mi fa “i gioielli?” e io le ho detto “no, scordati i gioielli”. Faccio “il dodo quell’animaletto che era bruttino, era un uccello che si è estinto”. Questi mi guardano e fanno “questa è uscita completamente di melone” e faccio “poi abbiamo la fenice”. Mi hanno detto “questa si è fumata veramente una roba illecita” e io ho detto “io preferisco la fenice, perché la fenice è in grado ed è rimasto un po’ il mio simbolo di rinascere dalle proprie ceneri”.
Ma per me le ceneri sono il nostro dna, quello che sappiamo veramente fare perché poi noi non ci siamo inventati di andare sulla Luna non sapendo camminare, ci siamo inventati. Siamo andati a pescare nel nostro dna sulle cose che sapevamo fare meglio e quindi anche di giostrare il cambiamento e di innestarci in quella voglia di fare un po’ di break through. Il dodo poverino era convinto che prima o poi l’albero si sarebbe abbassato, non si è abbassato e si è estinto. Quindi la differenza è un po’ quella di chi sta aspettando che qualcosa capiti e gli portino il cliente o il prodotto sotto casa o quello che a un certo punto si rende conto che lo tsunami continua ad arrivare e quindi o impari a nuotare o surfare oppure ti travolgono e quindi questo è stato un po’ un aneddoto e poi sono sicura e stra convinta che la contaminazione serva tantissimo soprattutto in un momento così di incertezza, il Covid ce l’ha insegnato.