L’azienda è nata nel ‘61 da due fratelli che hanno iniziato a produrre sempre hardware, quindi piccoli componenti, piccole pinze. Si è sviluppata nel tempo, negli anni, ed è arrivata a fatturare nel 2013 12 milioni di euro. In quel momento io collaboravo con un fondo. Abbiamo fatto una business due diligence, li abbiamo approcciati. L’imprenditore, anzi gli imprenditori… In quel momento non esisteva un socio di maggioranza. Tipica situazione familiare in cui, a un certo punto, si sono ritrovati diversi cugini, fratelli e sorelle. Non riuscivano a trovare un accordo. Si sono resi conto di non riuscire a sviluppare ulteriormente l’azienda. Devo dire che, anche con notevole lungimiranza, hanno capito che forse il modo per far continuare a sviluppare l’azienda era quello di cederla. E così hanno fatto.
Io con il fondo sono entrato all’interno dell’azienda perché abbiamo visto delle potenzialità di sviluppo, potenzialità legate soprattutto allo sviluppo commerciale che non era stato fatto sull’estero opportunamente. Perché? Perché mancava la cultura dell’estero. Mi ricordo ancora le ultime parole che l’imprenditore mi ha detto: “Gabriele, io non parlo neanche inglese. L’idea, adesso, di mettermi a sviluppare l’estero oppure di delegare qualcuno che possa svilupparlo per me, no. Né l’opzione uno né l’opzione due. L’unica opzione, per me, è quella di cedere l’azienda a un fondo, a qualcuno che possa continuare a svilupparla”. Così è stato fatto.