La struttura produttiva di Unilever, come quella di tutti i grandi gruppi – ho lavorato quindici anni in Danone – è una struttura efficiente, molto grossa, pachidermica, quindi grande qualità, grande capacità produttiva, ma flessibilità zero. Se il direttore marketing Italia di Algida dice che vorrebbe lanciare un prodotto – oggi hanno anche poi chiuso un centro di ricerca e sviluppo che avevano a Caivano, vicino a Napoli, che aveva secondo me i migliori specialisti del gelato nel mondo – oggi fa un bel brief scritto in inglese in tre pagine, lo manda al centro di ricerca e sviluppo, che è in Inghilterra, dove ricevono i brief dalle Unilever di tutto il mondo, dove hanno bravissimi specialisti, però dove il tempo di risposta e di messa a punto di un prodotto supera la stagione successiva, se non quella dopo ancora. Quindi, avevano praticamente ingessato, sterilizzato la capacità di quest’azienda di agire sul mercato con questi prodotti che sono delle novelties, prodotti che stanno sul mercato un anno o due, che fanno, torno a dire, volumi per noi fantastici, per loro troppo piccoli per essere prodotti e infilati nella loro struttura industriale, per i nostri competitor piccoli sono inarrivabili.