Fare innovazione, come diceva prima il dottor Bruno, in un’azienda tradizionale, ha un tema di vincolo interno, e poi – e questa secondo me è una specificità del mondo alimentare – un tema di vincolo esterno. Cioè, nel modo tecnologico, nuovo è buono; nel mondo alimentare nuovo e diverso non è necessariamente buono. Quindi, fare innovazione significa camminare su un sentiero che ha un vincolo interno, quindi la capacità dell’azienda di inventare e poi portare sul mercato, e un’azienda di marca è essenzialmente un’azienda commerciale, in cui la produzione funzionale all’attività commerciale, e contemporaneamente un vincolo esterno: sta alla volontà del consumatore di accettare cambiamenti.
Parlavo l’altro giorno con un mio ex compagno di università, che lavora nel mondo della pasta: mi parlava dell’ipotesi di fare i cappelletti al sapore di pollo al curry. Difficilmente all’interno di questo gruppo di persone ci sarebbe un consumatore potenziale, ancora di più, un domani.
Il problema quindi è muoversi all’interno di questo: da un lato l’accettazione del consumatore della novità, che nel mondo alimentare è limitata, e contemporaneamente la capacità dell’azienda di reinventarsi soprattutto in un momento in cui, per una serie di motivi, non riesce a prendere appunto il nuovo treno.